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PIANTE MEDICINALI IN FITOTERAPIA
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Le piante hanno una diversità
biochimica molto più ricca degli animali e almeno i quattro
quinti dei metaboliti secondari oggi conosciuti sono di origine
vegetale. La spiegazione di questo fenomeno risiede
probabilmente nel fatto che le piante sono vincolate al suolo e
devono evolvere una molteplicità di meccanismi di adattamento. I
prodotti del metabolismo secondario sono in pratica gli
intermediari con cui gli organismi vegetali comunicano con
l’ambiente che li circonda, con lo scopo di trovare le
condizioni più adatte per poter vivere, convivere, sopravvivere
e riprodursi. Dal punto di vista filogenetico, l’interazione
piante animali ha sviluppato moltissimi messaggeri chimici
comuni. Dal punto di vista evolutivo, si possono distinguere un
adattamento fisiologico e un adattamento biochimico: da
quest’ultimo dipende principalmente la diversità chimica nella
composizione delle piante. Un farmaco è un composto chimico che,
dopo essere stato assunto, ha la capacità di provocare una
risposta fisiologica; dato l’enorme numero di costituenti
chimici diversi, è molto comune trovare sostanze attive
all’interno del regno vegetale. In effetti, le piante si sono
rivelate le uniche risorse medicamentose che l’uomo abbia potuto
utilizzare praticamente per quasi tutto il percorso della sua
storia. Solamente a partire dal XIX Secolo, si è avuta
l’introduzione di principi attivi vegetali isolati allo stato
puro, la sintesi chimica e, soprattutto, l’impiego della
modulazione chimica...
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A tutt’oggi, circa il 40%
dei farmaci monomolecolari moderni deriva direttamente o
indirettamente ancora dalle piante. Classi importanti di
farmaci di origine vegetale [6] sono quelle degli
antiinfiammatori non steroidei derivate dall’acido
salicilico, degli antitumorali (vincristina, vinblastina,
irinotecan e topotecan, etoposide e teniposide, tassoli),
degli stimolanti del sistema nervoso centrale (caffeina,
cocaina), dei cardiostimolanti (digitale), degli
anestetici locali (procainamide), degli antiaritmici
(chinidina), dei narcotici analgesici (morfina,
codeina), dei miotici e antiglaucoma (atropina,
pilocarpina), dei bloccanti neuromuscolari (tubocurarina,
vecuronio), degli antimalarici (chinina, clorochina,
derivati dell’artemisinina) e degli anticoagulanti orali
(warfarin, acenocumarolo). L’impiego primitivo delle
piante per gli scopi medicinali avveniva sulla base di
esperienze empiriche maturate utilizzando direttamente
la pianta stessa, fresca o essiccata (droga), oppure
sottoposta a procedimenti di estrazione molto semplici,
quali gli infusi e i decotti con acqua o i macerati con
alcool o liquidi alcoolici (tinture). Di un numero
significativo di preparazioni vegetali tradizionali è
stato addirittura prodotta l’evidenza dell’efficacia
terapeutica sulla base di studi clinici controllati.
L’impiego medicinale delle piante ha conosciuto un
rapido declino da quando nei paesi sviluppati hanno
cominciato ad essere disponibili potenti farmaci
sintetici, ma nei paesi del terzo mondo l’etnomedicina
basata sulle piante rimane popolare ancora ai nostri
giorni (p.e., la medicina Ayurvedica in India, la
medicina Kampo in Giappone e la medicina tradizionale
Cinese). In altri paesi (p.e., Germania, Francia), la
fitoterapia ha continuato a coesistere con la moderna
terapia farmacologica. Questa situazione è recentemente
cambiata. L’impiego dei prodotti medicinali vegetali da
parte della popolazione generale degli USA è cresciuto
di uno stupefacente 380% fra il 1990 e il 1997;
l’aumento annuale è stato del 2,5% nel 1990 e ha
raggiunto il 12,1% nel 1997. Nel Regno Unito, la
fitoterapia costituisce oggi la più popolare pratica
medica fra tutte le terapie complementari e in Germania
una media annuale della popolazione generale pari al 65%
fa ricorso ai farmaci vegetali. Naturalmente i
procedimenti utilizzati nei tempi più moderni per la
produzione delle sostanze attive sono almeno in larga
parte diversi da quelli del passato. Esemplificativa è
la nuova metodologia di estrazione di principi lipofili
basata sull’uso di anidride carbonica in condizioni
supercritiche (ca. 250 atmosfere di pressione a 60° C).
Da qualche tempo vengono inoltre impiegati i metodi del
frazionamento bioguidato, che permettono di ottenere da
un estratto grezzo più frazioni ciascuna con un
solvente differente; sottoponendo le frazioni ad un
saggio farmacologico, è possibile scoprire quelle in cui
si è verificata la maggiore concentrazione di principi
attivi ed avere indicazioni che guidano al loro
isolamento in forma pura. Un caso esemplificativo dei
problemi che si incontrano nello studio e lo sviluppo
terapeutico dei prodotti vegetali, è dato da
Passiflora incarnata L. (Passifloraceae) [2] [3]
[5], nota anche come fiore della passione. Questa pianta
viene impiegata da secoli praticamente in tutto il mondo
per il trattamento dell’ansia e dell’insonnia e, nelle
medicine tradizionali e popolari, anche dell’epilessia,
degli spasmi muscolari e di altre malattie consimili.
Studi fitochimici hanno appurato che P. incarnata
contiene vari flavonoidi, composti glicosidici,
alcaloidi dell’armalo e un derivato
g-benzopiranico
denominato maltolo. Fino a pochi anni fa, la letteratura
di carattere biologico su questa pianta era quasi
inesistente e i risultati dei pochi studi effettuati
erano estremamente contradditori. La causa di ciò è
stata individuata nell’elevata similarità morfologica e
microscopica di P. incarnata con P. edulis,
una specie, quest’ultima, priva di effetti sul sistema
nervoso centrale. Le indagini condotte su campioni
autentici di P. incarnata hanno rivelato che solo
l’estratto metanolico delle foglie accuratamente
separate da altre parti aeree di questa pianta esercita
nel topo un’attività ansiolitica alla dose di 100 mg/kg
quando gli animali vengono cimentati nel test del
labirinto. Gli estratti con altri solventi dei rami, dei
fiori e delle radici della stessa pianta sono risultati
assolutamente privi di attività ansiolitica.
L’applicazione di un metodo avanzato di frazionamento
bioguidato dell’estratto metanolico delle foglie ha
portato alla selezione di una frazione ricca di composti
benzoflavonici, la quale ha dimostrato di esercitare
un’azione ansiolitica più potente di quella del diazepam.
La stessa frazione ha anche sorprendentemente mostrato
la capacità di invertire la tolleranza alla morfina e la
dipendenza dei topi trattati cronicamente con questo
oppiaceo. Lo stesso effetto è stato osservato anche in
topi dipendenti dal
D9-tetraidrocannabinolo.
Passiflora incarnata L.
L’azione delle droghe e
delle preparazioni vegetali, pur svolgendosi con
meccanismi che sono propri anche dei farmaci di sintesi,
differisce da questi per il fatto di essere
essenzialmente polivalente. Questo fenomeno dipende
dalla composizione delle droghe e delle preparazioni
vegetali, che è costituita da una pluralità di composti
strutturalmente anche molto differenti. Come
conseguenza, il profilo farmacologico e, in qualche
caso, terapeutico è caratterizzato da una molteplicità
di effetti nettamente diversi fra loro e che compaiono a
dosi diverse. Oltre alla convivenza di effetti in nessun
modo correlati fra loro (p.e., l’attività antidepressiva
e quella antibiotica dell’iperico [5]), sono possibili
effetti di sinergia fra composti che esercitano lo
stesso tipo di attività. Non sono escluse neppure
interazioni fra costituenti farmacologicamente attivi e
costituenti inattivi, con conseguenze anche importanti,
come, quelle sulla biodisponibilità dei primi.
ipericina iperforine
Sempre sulla base di quanto
presentato, è possibile che un estratto possieda
caratteristiche farmacologiche e terapeutiche
complessive che differiscono da quelle dei principali
singoli costituenti chimici, ma che si rivelano
ugualmente utili in medicina. In molti casi, può anche
avvenire che i principali costituenti siano
singolarmente meno potenti del fitocomplesso o
addirittura inattivi. Poiché la preparazione degli
estratti rappresenta un passaggio obbligato ai fini
della caratterizzazione chimica e biologica di una
specie vegetale, è sempre presente il quesito sulla
convenienza di sviluppare l’estratto piuttosto che un
suo costituente puro, la cui risoluzione dipende dai
risultati delle indagini farmacologiche. Per esempio,
numerosi studi farmacologici hanno dimostrato che una
miscela di alcooli alifatici primari a lunga catena
(24-36 atomi di carbonio) estratta dalla cera della
canna da zucchero (Saccharum officinarum)[1]
esercita una potente attività ipocolesterolemizzante
negli animali e nell’uomo. Dosi giornaliere di 10-20 mg
di questo estratto (chiamato policosanolo) hanno
abbassato il colesterolo-LDL del 17-21% e aumentato il
colesterolo-HDL dell’8-15%; negli studi clinici; 20 mg
di policosanolo sono risultati efficaci come 10 mg di
simvastatina e 10 mg di policosanolo sono risultati
efficaci come 10 mg di pravastatina. Il profilo
farmacologico di questa miscela è sovrapponibile a
quello delle statine, ma il meccanismo d’azione è
leggermente diverso. Infatti, mentre le statine
inibiscono l’attività dell’enzima HMG-CoA-riduttasi, il
policosanolo inibisce la trascrizione del gene che
codifica per l’enzima in questione, ugualmente impedendo
il completamento della sintesi del colesterolo. Tutti i
principali alcooli che compongono il policosanolo
esercitano un’attività ipocolesterolemizzante e in
particolare l’octacosanolo; tuttavia, nessuno degli
alcooli somministrati singolarmente supera in potenza la
miscela. Il complesso dei problemi che rende
difficoltoso lo studio di un fitocomplesso dipende
essenzialmente dalla variabilità della sua composizione
chimica. Esemplari di diversa origine della stessa
specie vegetale possono infatti avere una composizione
chimica quantitativamente o talvolta anche
qualitativamente differente, perché differenze nelle
caratteristiche ambientali locali possono avere influito
sul loro metabolismo secondario. Variazioni nella
composizione di piante pur raccolte o coltivate nella
stessa zona sono sempre possibili a causa di cambiamenti
estemporanei di alcuni fattori ambientali. Molte specie
vegetali sono caratterizzate dalla presenza di varianti
del chemotipo (p.e., la valeriana), che sono
morfologicamente e geneticamente indistinguibili e, di
conseguenza, non giustificano la loro separazione in
specie o sottospecie distinte. Un’ulteriore fonte di
variazioni nella composizione delle droghe e
preparazioni vegetali nominalmente uguali è costituita
dai processi di lavorazione che le piante medicinali
subiscono dopo la raccolta. La composizione chimica di
una pianta non è uniforme in tutte le parti che la
compongono e quasi tutti i principi attivi sono
concentrati in uno specifico organo ed essere invece
meno concentrati o assenti in altri. Inoltre, la
composizione chimica di una pianta varia durante la
crescita e durante il ciclo vegetativo per cui l’esatto
momento della raccolta (chiamato tempo balsamico)
riveste una importanza fondamentale nel determinare la
costanza di composizione fra le droghe di una stessa
specie vegetale. Poiché i processi adottati per ottenere
le varie preparazioni sono sostanzialmente di
frazionamento, è intuitivo che la natura di questi
processi costituisca una fonte primaria di
diversificazione nella composizione chimica.
Procedimenti completamente differenti, come per esempio
la distillazione e l’estrazione con un solvente, portano
inevitabilmente a composizioni differenti che sono
correlate con le caratteristiche chimico-fisiche dei
singoli costituenti (p.e., i composti solidi insolubili
in acqua e quelli liquidi a bassa tensione di vapore non
possono essere presenti in un olio essenziale). Nel caso
degli estratti, oltre il tipo di solvente impiegato,
possono determinare diversità di composizione il volume
del sovente rispetto alla quantità della droga da
estrarre, lo stato fisico della droga (livello della
frantumazione), il tempo di contatto fra la droga e il
solvente, la temperatura di estrazione ed eventuali
altri fattori fisici di processo (p.e., l’applicazione
di una pressione). Nel caso dell’impiego di miscele di
solventi, come per esempio avviene per gli estratti
idroalcolici, la composizione è dipendente anche dal
rapporto volumetrico fra i solventi impiegati oltre che
dai fattori appena illustrati. La composizione chimica
delle droghe e delle preparazioni ottenute da una stessa
specie vegetale ha un effetto diretto sulle loro
attività biologiche, le quali possono variare di
conseguenza non solo in dipendenza del contenuto
qualitativo e quantitativo dei principi attivi noti, ma
anche di costituenti cui non è riconosciuta la
partecipazione all’attività biologica (p.e., iperico).
La variabilità della composizione chimica e,
conseguentemente, dell’attività biologica delle sostanze
vegetali, costituisce non solo il maggiore ostacolo per
lo studio e l’applicazione terapeutica, ma anche un
problema di difficile soluzione per la costruzione di
una regolamentazione che voglia garantire la sicurezza,
l’efficacia e la qualità dei farmaci vegetali.
L’interpretazione delle proprietà farmacologiche,
tossicologiche e cliniche di una pianta è quindi quasi
sempre incerta, perché i risultati delle singole
sperimentazioni sono riferibili solo alla specifica
droga o preparazione sottoposte ad indagine. E’
illustrativo della situazione il caso della kawa: la
radice di questa pianta (Piper
methysticum)[7] è stata
usata per secoli dagli abitanti delle isole del Pacifico
come euforizzante durante le feste religiose. In
Occidente, ha avuto un recente successo come
ansiolitico. Si sono verificati circa 30 casi di gravi
effetti tossici a carico del fegato di pazienti che
assumevano prodotti a base di kawa, tanto che le
autorità dei vari paesi sono state costrette ad imporne
il ritiro dal mercato. Un recente esperimento ha
dimostrato che l’estratto acquoso della kawa non solo
non è epatotossico, ma che addirittura esercita
un’azione epatoprotettrice. E’ stato ipotizzato che
negli estratti commerciali, per lo più ottenuti con
solventi organici, siano presenti dei composti
epatotossici che non sono presenti nell’estratto
acquoso, ma dati tossicologici su questi estratti che
possano risolvere il dilemma non sono al momento
disponibili.
Piper methysticum
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La verifica della bioequivalenza non
è possibile per la maggior parte delle preparazioni
vegetali, dato che i principi attivi sono noti solo
in parte o totalmente ignoti e non è quindi
possibile sapere le concentrazioni ematiche di che
cosa occorra determinare negli studi di
farmacocinetica. Quando sono noti almeno i
principali costituenti chimici attivi, questi
composti vengono utilizzati per la standardizzazione
degli estratti. In alcuni casi, come marker
analitici vengono utilizzati costituenti inattivi.
La standardizzazione può essere anche effettuata
prendendo come riferimento intere classi di composti
quando questi sono determinabili analiticamente con
lo stesso metodo; ovviamente, la precisione del
titolo degli estratti standardizzati sulla base di
una classe chimica diminuisce con l’aumentare del
numero dei composti della classe presenti nel
fitocomplesso e delle differenze relative nei
singoli pesi molecolari. Per esempio, l’escina
impiegata per la standardizzazione degli estratti
dei semi dell’ippocastano (Aesculus hippocastanum)[5]
è costituita da tre gruppi di composti, chiamati
a-escina, b-escina e criptoeugenolo; solo nella
b-escina si trovano almeno 30 diversi glicosidi di
agliconi triterpenici. La ricerca e le industrie più
progredite cercano di superare questi problemi
mediante l’applicazione di metodiche
gascromatografiche avanzate che permettono di
ottenere rappresentazioni più complete della
costituzione complessiva degli estratti.
Un’ulteriore strategia si basa sullo sviluppo delle
frazioni arricchite di costituenti attivi, le quali
hanno una composizione più omogenea e sono più
facilmente controllabili dal punto di vista
analitico. Sono oggi disponibili molti studi clinici
controllati condotti con prodotti medicinali
vegetali, ma purtroppo i loro risultati sono
raramente uniformi. Errori nella selezione dei
pazienti o nella randomizzazione possono dare
origine a risultati falsamente positivi o, più
raramente, falsamente negativi, quando si valuta
l’evidenza. Il metodo migliore per evitare di cadere
in questi errori è quello di effettuare rassegne
sistematiche e meta-analisi degli studi clinici
condotte sui prodotti di una stessa pianta che diano
una certa garanzia di omogeneità; questo approccio
minimizza le conseguenze sia della randomizzazione
che della selezione dei pazienti non corrette.
All’esecuzione di queste rassegne sistematiche e
meta-analisi si dedicano organizzazioni come la
Cochrane Collaboration e il gruppo di ricercatori
della Peninsula Medical School presso l’Università
di Exeter & Plymouth in Inghilterra, diretto dal
Prof. Edzard Ernst. [4] Utilizzando questo
approccio, l’efficacia di un certo numero di
medicine vegetali risulta ragionevolmente provata.
Nella maggioranza degli altri casi prevale al
momento l’incertezza. Esiste tuttavia un notevole
accordo sul fatto che, in mancanza di una
convincente evidenza di efficacia, l’esperienza
empirica maturata nel lungo periodo su determinati
prodotti vegetali sia una testimonianza accettabile
della loro utilità in medicina. I prodotti vegetali
di questa seconda fascia, che sono destinati alla
cura di indicazioni minori, sono in procinto di
essere regolamentati in base a norme stabilite dalle
Direttiva 2004/24/EC del 31 marzo 2004 in procinto
di essere pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale delle
CE.[8]
Bibliografia:
1) A. Bianchi, “Policosanolo,
un nuovo ipocolesterolemizzante”, Piante Medicinali,
2002, Vol. 1, n. 5, 234 – 243
2) R. Dhawan et Al., J.
Ethnopharmacol., 2001, 78, 165 – 170
3) R. Dhawan et Al., J. Pharm.
Pharmacol., 2002, 54, 875 – 881
4) E. Ernst, “La Fitoterapia basata
sull’evidenza”, Piante Medicinali, 2004, Vol. 3, n.
1, 28 – 37.
5) ESCOP, “Monographs”, Second
Edition, 2003. ESCOP, Exeter, U.K., Thieme, New
York, USA
6) Goodman and Gilman, “Le basi
Farmacologiche della Terapia”, 1992 Zanichelli,
Bologna.
7) M. Kraft et Al., “Fulminant liver
failure after administration of the herbal
antidepressant kava-kava”, Dtsch. Med. Wochenschr.,
2001, 126, 970 – 972.
8) Direttiva 2004/24/CE del
Parlamento Europeo e del Consiglio del 31 marzo 2004
che modifica, per quanto riguarda i medicinali
vegetali tradizionali, la direttiva 2001/83/CE
recante un codice comunitario relativo ai medicinali
per uso umano.
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